Qualche aforisma
- Giove, dall'alto, ride dei falsi giuramenti degli amanti. - Amore è credula creatura. - Amore e tosse non si possono nascondere. - E stupisco se non è questo, quello che si chiama Amore. - Nell'amore non bisogna mai affrettare il piacere. - Non c'è erba che possa guarire l'amore. - Non si desidera ciò che è facile ottenere. - Sii amabile, se vuoi essere amato. - Un amante crede tutto quello che teme. - Voglio se posso odiarti e se non posso per sempre amarti. Arte di amare Vol.1 - La ricerca i luoghi e i mezzi
I luoghi migliori dove andare a caccia di donne erano sicuramente i circhi e i teatri, dove a vedere viene la donna e per esser veduta: luogo fatale, questo, al suo pudore e dove il cacciatore diventa preda poichè colto al volo geme ferito e sente in fondo a sè l'aerea freccia dell'alato iddio(Cupido)
Anche i banchetti sono luoghi di mille occasioni, favorite dal vino di Bacco.
Appresta il vino i cuori e alla passione li fa più pronti: sfumano i pensieri; nel molto vino ogni penar si stempra. Sincerità spalanca a tutti i cuori e ogni menzogna scuote da noi il dio.
Da qui il detto "IN VINO VERITAS" (forse).
Ma avverte che non bisogna fidarsi troppo poichè la notte e il vino nuocciono al giudizio della vera bellezza... e continua...sfuma nella notte ogni difetto e non ha peso alcuno: LE DONNE AL BUIO SON TUTTE BELLE.
La mia innamorata è bella anche di giorno.
Questo finora per i luoghi di 'caccia'.
In quanto al metodo afferma "non c'è donna al mondo che non possa divenire tua e tu l'avrai, purchè sappia tendere i tuoi lacci".
La donna non rifiuta chi la sa coprire di carezze: cede e più cede quando par non voglia.
Come l'uomo così la donna gode del piacere furtivo.
Solamente che si diano o no, amano sempre d'esser pregate.
E se fallisci è nulla. E poi non fallirai, fa troppa voglia ogni nuovo piacere e ciò che è d'altri afferra il cuore più di ciò che è proprio.
Ovidio fu l'inventore delle lettere d'amore, anche se all'epoca esistevano solo le tavolette di cera, i papiri o le lastre di pietra tipo era preistorica.
La cera, sparsa sulle tavolette dia inizio ai tuoi passi, ti preceda coi tuoi pensieri, porti le carezze ed imiti le frasi degli amanti.
E fai promesse, che finchè prometti non soffri danno alcuno,non dare però, perchè se non dai potrai sempre far credere di essere pronto a dare.
Questa è l'impresa.Giungere fino a lei senza alcun dono. Quando avrà dato senza chiedere nulla sarà sempre lei a dare ancora.
Consigliava alla gioventù romana di imparare "l'arti belle" dell'eloquenza non soltanto per 'salvar nel foro i trepidi accusati', ma anche per conquistare l'amore della donna.
E ancora dava consigli sul modo di vestire, di portare i capelli e sentite questa:
"... il fiato non ti sia troppo sgradevole, sotto il naso altrui non putire come un caprone..."
Scendeva poi in particolari anticonformisti...
...cerca di piacere a suo marito, l'averlo amico può giovarvi assai...
è vecchia strada e spesso la più certa tradire altrui fingendosi amico: strada battuta e certa, anche se lastricata di colpa...
consiglio non condivisibile, ma che il genere umano ha seguito tenacemente (vedasi voce 'tradimenti e infamità').
Arte di amare - Vol.2 :Come mantenere l'amor della donna
Riusciti nella 'caccia, la preda è caduta nella rete. Ma mantenere la conquista non val meno che averla ottenuta. Il mantenerla è frutto di arte fina e quindi sii amabile se vuoi essere amato, ma a ciò soli non ti bastano il volto e la bellezza.
Se il bene vuoi conservare della tua donna e non vuoi ritrovarti un giorno lasciato, doti di ingegno aggiungi alla bellezza: " essa è fragile dono, passa il tempo, con il tempo trapassa, deperisce, del suo stesso durar si consuma".
E tu rafforza lo spirito così che non invecchi, sia tua cura con l'arti belle coltivar la mente e apprender le due lingue (latino e greco???)
Così chiunque tu sia non ti fidare della bellezza, ch'ella spesso è inganno.
Dolce indulgenza è ciò che prende i cuori, l'asprezza muove l'odio, eccita spesso parole crude.
Tenero amor si nutre di dolcezza. Ascolti la tua amica da te solo parole grate.
Ovidio ribadisce poi il fatto di non essere ricco (la poesia difficilmente fa mangiare.)
Fatti per chi non ha sono i miei carmi, ché senza nulla io fui sempre amante: davo parole non avendo doni.
Nei versi lodale tutte... (con frasi del genere) ... tu scateni incendi..., ma ammonisce di non far apparire nelle parole simulazione alcuna e che l'espressione del volto non tradisca.
E qui esce fuori l'indole trasgressiva del poeta il quale non disdegna le storie extraconiugali, anzi...
Eviti l'uomo cauto di farsi cogliere, sul letto con l'amante e se la moglie sospetta qualcosa ... niente tregua ai tuoi felici lombi..., se vuoi negar l'inganno dimostralo coi fatti nell'amplesso.
Aggiunge particolari tecnici, consigliando di farsi uno specie di zabaione a base di cipolla (candido bulbo quello che ci manda la città d'Alcatoo), di rucola e di uova.
Se non funziona consiglia di cambiar strada, ... non nasconder nulla alla tua donna ..., perchè vi sono donne per cui l'indulgenza non serve a nulla, se non han rivale l'amore in loro langue e va eccitato con stimolo frequente: ...la tua donna fa' che sempre per te senta paura; riaccendile il cuore intorpidito, che dubiti di te, ne impallidisca.
Ma non farla spasimare a lungo onde l'indugio non renda l'ira troppo vigorosa e stringi la pace sul suo letto; qui ormai senz'armi abita la Concordia.
E dunque avanti ed offri a lei irata rimedio vigoroso... tenendo però presente il famoso motto di Apollo "CONOSCI TE STESSO" perchè solo chi si conosce saprà amare e misurare al compito le forze.
Bisogna perseverare, aver pazienza perchè poche le gioie, ma le noie tante sono in amore.
E che non vi venisse in mente di biasimare nella vostra donna i suoi difetti!
A ciò che spiace, avvézzati: pian piano non ci farai più caso. L'abitudine attenua tante cose; è nell'inizio che è sensibile a tutto il nuovo amore.
A poco a poco il tempo fa sparire dal corpo ogni difetto; ciò che fu tale, non lo è più.
E' bene poi addolcire i difetti con parole adatte:
dirai "bruna" a colei che ha la pelle nera come la pece, quella losca dirai che assomiglia a Citerea (Venere aveva gli occhi un po' strabici), la scialba paragonala a Minerva (la dea aveva gli occhi glauchi, molto chiari), chiama snella colei che non si regge in piedi, tanto è magra, svelta la piccola di statura, giunonica quella grassa ecc..
Non chiedere mai l'età ad una donna - è una faccenda questa riservata al rigido censore - (anche all'epoca ci stava una specie di Istat!), specialmente se il suo tempo migliore è già passato.
Giovanotti questa età è ancora buona, è campo che dà frutti, campo da seminare.
Aggiungi che maggiore è l'esperienza in donna già matura, e l'esperienza è ciò che fa l'artista.
Con cure esperte, compensare i danni sa dell'età... e in mille pose cogliere il piacere così come tu vuoi,... essa soltanto sa goder l'amore, senza irritanti, vani eccitamenti.
Portino insieme l'uomo e la sua donna pari concorso al gaudio dell'amplesso.
Odio l'abbraccio che non dà languore all'uno e all'altra insieme.
Conclude il libro con un enfasi crescente...
Non conviene, credimi, accelerare il gaudio estremo, ma lentamente devi ritardarlo, con raffinato indugio (ancora non esistevano i ...... appositi!) e cura di non volare a troppo gonfie vele e abbandonarla e terminar la corsa prima di lei.
Correte a fianco a fianco fino alla meta.
Il godimento è pieno quando, vinti ad un tempo, tu e lei, soccomberete insieme.
Questo è il modo a cui attenerti, quando libero sei dalla paura dell'Amor furtivo.
Se l'indugio è pieno di rischi, allora forza ai remi, spingi di sprone il tuo cavallo in corsa.
L'armi vi ho dato, vincete dunque e chi di voi potrà piegare Amazzone al suo amore, su quelle spoglie conquistate scriva: Mi fu maestro Ovidio.
Arte di amare Vol.3 :Precetti d'amore alle donne Dopo aver letto i consigli dati all'uomo, Venere chiamò Ovidio e lo ingiunse a guidare le poveri inermi fanciulle sole tra gli artigli dei maschi armati...
Null'altro insegno che l'amor lascivo, la donna guiderò solo nell'arte di farsi amare... perchè solo con l'arte amor s'eterna.
Se potete ancora, se ancora il vostro tempo è primavera, godetevi la vita... fuggono gli anni più di un fuggente rivo.
L'onda che già passò più non ritorna, più non ritorna l'ora che trapassa.
Godetevi la vita: scorre rapida l'invida età, né mai quella che segue è bella quanto già fu bella l'altra.
Le vostre grazie non rifiutate a chi bramoso v'ama.
Ciò che si nasconde rimane ignoto, non lo vuole alcuno. Bellezza sconosciuta non dà frutto.
Amore troppo facile, a fatica si gode a lungo.
A noi uomini non piace il dolce: un succo amaro ci stimola appetito.
Per questo amor di moglie è cosa assurda perchè il marito l'ha quando lo vuole.
La sua breve Biografia
PUBLIO OVIDIO NASONE nacque a Sulmona, città dei Peligni, il 20 marzo del 43 a.C da ricca famiglia equestre, figlio secondogenito. Andato a Roma giovinetto, vi studiò con successo prima grammatica, poi retorica sotto M. Arellio Fusco e M. Porciò Latrone e, terminato il suo corso di studi, passò ad Atene per perfezionarsi. Insieme al poeta Pompeo Macro visitò l'Asia Minore, l'Egitto e la Sicilia, poi ritornò a Roma e fu un assiduo frequentatore della casa di Valerio Messala Corvino. Il padre voleva avviarlo alla carriera politica, ed infatti coprì alcune cariche pubbliche (vigintiviro, triumvir capitalis, decenvir, membro dei centumviri iudicandis): ma non volle andare oltre nella carriera di magistrato che non si confaceva alla sua natura e al suo ingegno. Per l'amore per la poesia rinunciò il seggio al Senato.
Ebbe tre mogli: dalla prima, "né degna né utile", presto divorziò, della seconda che pure era una donna onesta non fu a lungo marito, della terza, una vedova della famiglia Fabia, fu tenerissimo sposo. Era già da tempo in grandissima fama come poeta erotico ed aveva compiuti i cinquant'anni, quando, sul finire dell'anno 7 d.C, un ordine di Augusto escludeva dalle pubbliche biblioteche le opere del poeta e mandava Ovidio in esilio a Tomi (Costanza), sul mar Nero, ai confini ,dell' impero. Qui l'infelice Ovidio visse nove anni nella speranza prima di riveder la patria e la famiglia, poi di una residenza migliore. Ma Augusto fu inflessibile, ne Livia, Tiberio e Germanico ebbero pietà della sorte del poeta, che, vinto dalla nostalgia e dal clima malsano, trovò con la morte la fine alle sue sofferenze nell'anno 17.
Vastissima è l'opera poetica di Ovidio. Alcune delle sue cose sono andate perdute, come la Medea, tragedia giovanile che ebbe altissime lodi da Tacito e Quintiliano, un poema astronomico (Phaenomena), una raccolta di epigrammi, un epitalamio per le nozze di Paolo Fabio Massimo, un'elegia in morte di Messala, un carme in onore di Tiberio vincitore degli Illirici, parte di un carme sulla pesca (Halieutica) e un poemetto in lingua gotica sulla famiglia imperiale; ma il più e il meglio della produzione ovidiana è giunto sino a noi. I tre libri degli Amores furono quelli che procurarono rapida fama al poeta giovanissimo. È un romanzo d'amore in versi, la cui eroina è Corinna, donna Capricciosa e avida, simile in parte alla Nemesi properziana; una raccolta di elegie dove sono cantati gli amori giovanili del poeta, amori in cui dominano la sensualità e la galanteria e in cui non si riscontra nessun accento di passione violenta. Agli Amores seguirono le Heroides, lettere amorose di antiche eroine ai loro amanti: Penelope a Ulisse, Flilide a Demofoonte, Briseide ad Achille, Fedra ad Ippolito, Ipsipile a Giasone, Didone ad Enea, Ermione ad Oreste, Deianira ad Ercole, Arianna a Teseo, Canace a Macareo, Medea a Giasone, Laodamia a Protesilao, Ipermestra a Linceo, Saffo a Faone, Elena a Paride, Ero a Leandro, Cidippe ad Aconzio, cui sono aggiunte tre lettere di eroi, Paride, Leandro ed Aconzio, alle loro amanti. Come gli Amores così l'epistolario delle Heroides costituisce un romanzo, che se non ha unità di azione e di personaggi ha però una indissolubile unità psicologica. Esso è il romanzo non di una donna mitica o reale, ma dell'anima femminile e, pur nella cornice della leggenda, è colmo di profonda umanità.
Da romanziere erotico Ovidio con i tre libri dell' Ars amatoria si fa maestro d'amore, precettore di voluttuoso amore, come dice egli stesso. Non è l'amore puro, l'amore che deve essere consacrato dal matrimonio e costituire la famiglia, quello di cui il poeta di Sulmona da gli insegnamenti, ma l'amore frivolo, l'amore raffinato e sensuale, l'amore dei salotti e delle alcove, quell'amore che poteva albergare nel cuore di una Giulia e corromperlo. I primi due libri sono rivolti agli uomini e insegnano come si conquisti e conservi l'amore delle fanciulle; il terzo è rivolto alle donne, cui viene insegnato il modo di farsi amare. L'Ars amatoria alla quale può darsi come appendice un'altra opera ovidiana, De medicamine faciei, trattato sui cosmetici -non è un arido poema didattico, una noiosa raccolta di consigli, ma una pittura finissima dell'ambiente mondano di Roma, un esame acuto dell'anima maschile e femminile, un'opera in cui la materia didascalica è rotta e ravvivata da bellissimi episodi, che, come quelli di Pasifae, Bacco ed Arianna, Achille in Sciro, Dedalo e Icaro, Calipso e Ulisse, Marte e Venere, Cefalo e Procri, formano altrettante suggestive novelle, e da intermezzi sui giuochi istituiti da Romolo e sulla spedizione contro i Parti.
All'Ars amatoria sono strettamente legati i Remedia amoris, in cui Ovidio insegna agli uomini con precetti ed esempi come essi possano liberarsi dal giogo dell'amore. Con questo trattato si conclude a ciclo didascalico ed erotico di Ovidio e si inizia ora, con le Metamorfosi e coi Fasti, il ciclo epico e nazionale.
Le Metamorfosi sono una collana di mitiche trasformazioni tratte dalla mitologia greca e romana e dal poeta sviluppate e ravvivate, una collana varia di canti uniti l'uno all'altro da legami formali o sostanziali, tenui ma infrangibili, canti che vanno dall'origine del mondo alla trasformazione di Cesare in astro. «Il pregio dominante dell'arte ovidiana nelle Metamorfosi è l'evidenza sommamente plastica. Ovidio è il poeta che meglio ha saputo congiungere l'arte poetica all'arte figurata; non ha la potenza rappresentativa misteriosa, improvvisa e alle volte informe dei poeti creatori: egli è più esperto e più sapiente: nei suoi "bassorilievi", così animati, C'è la precisione e la bravura del grande artista modellatore. È poeta fantastico, ma osservatore: e la osservazione precede sempre. Coglie il personaggio nell'atto della metamorfosi e fa sentire la spaventosa stupefazione di questa coscienza di uomo che resta dentro un corpo il quale, senza più la facoltà umana della espressione dolorosa, senza più poter gridare e gemere e disperarsi, si trasforma via via per inesorabili e orribili adattamenti in corpo di altra natura. Il prodigio che conclude la favola ha sempre lo stesso carattere: sono esseri umani mutati in altri animali, in piante, in acque, in pietre; e la figura umana si risolve senza sforzo, quasi spontaneamente, nell'altra figura per una serie di conversioni che sembrano affatto naturali, sì da farci apparire come una vasta e continua parentela tra le forme tutte dell'universo. Ma oltre all'atto della trasformazione fisiologica, che si ripete in molti casi e porterebbe il racconto a inevitabile monotonia, Ovidio attende allo stato d'animo che accompagna la metamorfosi ed è così diverso in tutti gli episodi. L'arte del poeta non è soltanto attratta dal corpo che si tramuta, ma pure e specialmente dall'animo che inorridendo si trasloca. Qui è la varietà grande e tragica del poema ovidiano. Lucrezio era stato il poeta delle cause; Ovidio fu il poeta delle forme » (Marchesi).
Con i Fasti -opera che doveva constare di dodici libri e rimase interrotta dopo il sesto- Ovidio illustra poeticamente il calendario romano, sulla scorta di Verno Fiacco, di Livio, di Varrone e di Lucrezio; descrive le feste di Roma e le loro origini e, pur trovandosi di fronte a una materia degna di esser trattata da un erudito, sa vivacizzarla ed animarla con la potenza della sua fantasia e la squisitezza della sua arte.
Dimenticato per quasi mille anni, introdotto in Europa dagli Arabi, Metamorfosi fece riscoprire agli occidentali tutta la mitologia greca ed ebbe una vastissima incidenza culturale, tanto che lo stesso Dante pose Ovidio nel suo Limbo a fare corona ad Omero, mentre tutti i grandi scrittori dal primo Rinascimento in poi trassero ispirazione da quest'opera: Ariosto, Cervantes, Lope de Vega, Calderon, Marlowe, Shakespeare, Milton, Goethe, Swimburne, Swift, Shaw fino al nostro D'Annunzio ecc. ecc. Non di meno le opere degli artisti pittori e scultori, che da queste descrizioni mitologiche presero negli ultimi 800 anni, ispirazione per i loro grandi capolavori, fino a Picasso (1931- con 30 opere). Da ricordare anche le innumerevoli opere musicali liriche e sinfoniche, come quella di Monteverdi, Haendel, Cherubini, Gluck, Lulli, Rameau ecc ecc. Insomma Metamorfosi ha contribuito a far nascere tantissimi capolavori
L'ultima voce della sua poesia è quella dell'esilio. Sulle inospitali rive del Mar Nero egli compone i Tristia e le Epistulae ex Ponto, oltre i 322 distici dell' Ibis, rivolti ad uno dei suoi calunniatori. Il poeta è stanco e soffre; si lagna nelle sue tristi elegie dei suoi patimenti e del luogo ov' è costretto a vivere, si duole del castigo ricevuto non già per colpa ma per imprudenza, esprime la sua gratitudine ai pochi amici che non lo hanno, nella sua sventura, dimenticato, pensa con nostalgia all'Italia, alla lieta vita di Roma, alla moglie e invoca la clemenza di Augusto.
Quanta differenza tra gli agili canti degli Amores e questi stanchi lamenti della sua agonia! Ma sia negli uni che negli altri Ovidio si rivela il più grande poeta elegiaco di Roma. Che narri le sue avventure amorose con la misteriosa Corinna, riveli la passione da cui furono travolte le mitiche eroine, sorrida ironicamente mentre dà consigli d'amore o rinnovi i vecchi miti di Grecia, conversi piacevolmente sui cosmetici che ridanno la bellezza a un volto sfiorito di donna o esalti l'innocenza e la felicità dell'età dell'oro, tratteggi le madri infelici della leggenda, Ecuba, Niobe, Cerere, Teletusa, o ci mostri le trasformazioni prodigiose di creature della mitologia, descriva la sua vita infelice nella remota Tomi o rievochi il gaudio della sua esistenza romana, ricordi la sposa fedele e lontana o si rifugi, per trovar l'ultimo conforto, nelle braccia della sua Musa, Ovidio sa sempre tramutare i suoi fantasmi e i suoi affetti in opera di poesia. Multiforme è il suo ingegno, inesauribile la sua vena, fervidissima la sua fantasia. La sua lingua presenta una ricchezza, una proprietà e una precisione sorprendenti, il suo verso corre limpido e facile e nel distico perfetto e nell'elegia sapiente ed armoniosa sono resi con sorprendente evidenza tutti i suoni, tutti i colori, tutte le forme di quel magico mondo che visse nello spirito agitato del poeta di Sulmona.
Intorno alle cause dell'esilio esiste una ricca letteratura: in realtà le nostre conoscenze sono congetture, forse probabili, ma sempre congetture. Il poeta mantenne sui motivi del suo esilio uno scrupoloso riserbo, né notizie sono pervenute da altre fonti. Qualcosa di grave era sicuramente accaduto ma Ovidio accenna con "duo criminam carmen et error" (Tristia II, 207) di essere stata l'Ars Amandi che andava controcorrente con l'opera moralizzatrice di Augusto.Ma l'Ars Amandi Ovidio l'aveva pubblicato dieci anni prima, quando la morale augustea era semmai ancora più rigida. Tacito invece accenna (Annales 3, 24) che la causa fu l'adulterio della tanto adorata nipote di Augusto, Giulia con Silano. Forse Ovidio non vi era direttamente implicato ma solo testimone del fatto e che forse tacque per chissà quali motivi.
Sappiamo però che Giulia venne bandita ed esiliata a Ventotene nello stesso anno subito dopo Ovidio, e che Silano cadde nella disgrazia di Augusto.
Qualche passo in Ovidio su questa "rea complicità" lo troviamo in Tristiam in senso metaforico, ma che però sembra molto chiaro:"Perché io vidi una cosa? Perché i miei occhi si resero rei? perché la mia imprudenza scopriva una colpa? Atteone vide nuda Diana: egli non sapeva, eppure fu dilaniato dai cani. E' giusto! la colpa, anche se casuale e l'offesa sono per i primi numi di un delitto e si devono scontare. Il giorno in cui il funesto errore mi travolse una casa fu rovinata, piccola ma nobile e decorosa...Non decreto del Senato, non sentenza di giudice mi ha imposto l'esilio: la tua invettiva e un semplice editto di relegazione, mite in apparenza ma crudele nella sostanza, ha vendicate tutte le tue offese. Relegato, sono detto, non esule: le parole del tuo editto sono state invece miti nel qualificare la mia disgrazia!"
Tutte le opere di Ovidio vennero rimosse all'atto della condanna dalle pubbliche biblioteche, anche se oramai circolavano in tutti i salotti di Roma. E anche Tiberio gli rifiutò il condono per rispetto al suo predecessore.
L'opera Ars amatoria è un poema che sembra un manuale, Ovidio insegna l'arte di amare esponendo in modo sistematico e organico sia l'arte della conquista, che il modo di mantenere quanto ci si è procurati.Per gli UOMINI da' suggerimenti come attrarre la donna e ritiene che ciascuna di essa anche la più bella del mondo può essere conquistata, salvo sapersi regolare ed applicare le giuste strategie dell'arte di amare. Quindi gli uomini non devono mai supplicarle, non presentarsi troppo azzimato ma nemmeno trascurato, deve essere una bellezza naturale. La donna ama la conversazione, i complimenti, le lusinghe, i giuramenti (anche se falsi, fateli!!), le lacrime e i baci. Né dimenticate di fare sempre il tifo per chi ella preferisce, non contrariatela mai, e siate puntuali agli appuntamenti, anche se lei per natura non lo è mai. Di ogni suo difetto non evidenziatelo mai, semmai se li ha fateli passare per pregi. Questo significa che se la conquista è facile, se si vuol far durare l'amore per lungo tempo, non e per nulla facile se non si seguono certi precetti.Per quanto riguarda le DONNE, invita loro ad essere arrendevoli con gli uomini, e ad avere cura della propria persona evidenziando in modo naturale la bellezza che si possiede, nascondendo solo alcuni difetti della faccia e del corpo. Altro consiglio è poi quello di farsi notare in pubblico, incedere con grazia, passeggiare sotto i portici, visitare i templi, le are, assistere agli spettacoli, quindi interessarsi di musica, poesia, canto ; ed è meglio non farsi accompagnare da serve ed amiche particolarmente belle, e nel caso con queste bisogna passare del tempo in compagnia, non manifestare le proprie conquiste perché potrebbero cogliere loro il frutto.Il poema, 3 libri con 2.330 versi, ebbe grande successo non solo nella Roma contemporanea di Ovidio (quella soprattutto dell'alta società) ma fu tramandata, viva e conosciuta per tutto il medioevo per fiorilegi, ed infine fu ripresa nella famosa composizione di Abelardo nel sec.XI, Carmine Burana, e poi ancora in Spagna con Panphilus de amore, indi nella letteratura francese in lingua d'oil, e perfino da Milton con De arte amandi.
